28 Gennaio 2021
Se a scendere in campo è la narrazione e non la promozione

Che cosa fa una marca senza una storia?

Mette tutto in promozione negli spazi della comunicazione.

Un brand che si racconta invece trova nuovi spazi di comunicazione con la forma della narrazione.

È così che si smarca per mettere in campo qualcosa in più.

Un fatto, un accadimento, anche un fattaccio, perché no.

Ma lo fa perché emerga quell’identità autentica che è l’anima di una storia vera.

E allora basta con la comunicazione abbottonata dalla testa ai piedi.

Quella che non fa uscire nemmeno un dettaglio un po’ spinoso.

Che non scopre qualche spiraglio nel dietro le quinte perché mette tutta sé stessa sul palcoscenico.

Che non rivela verità più coinvolgenti di quel finto così bene assemblato che è un comunicato stampa, per esempio.

Insomma, quella comunicazione di marca tutta ingessata nel suo completo di apparente completezza.

C’è solo un modo per raccontare un’azienda e il suo brand.

Spogliare la scrittura della scrittura d’ufficio.

Sulla scrivania la parola scritta si burocratizza.

In assenza del tempo il brand si dà alla pratica dell’autoreferenzialità.

A spiegare sempre più disinvolto che cosa gli utenti dovrebbero credere che quel brand sia.

Ma raccontare non è spiegare.

Raccontare non è spiegare la marca in un altro modo come fa lo storytelling.

Anche perché nelle spiegazioni non c’è il fattore tempo che detta il ritmo.

Nella narrazione, sì.

È dalla linea temporale dei fatti accaduti che la narrazione tira fuori la storia.

Non basta avere un prodotto e un mercato se poi tra il tuo prodotto e il tuo mercato non metti in campo una connessione che funziona.

Se la traiettoria nel lancio di un brand è quella della promozione e non quella della narrazione.

La storia è la mappa che unisce l’inizio alla fine con la successione dei fatti.

Il suo racconto potrà anche portarti fuori strada con descrizioni, dialoghi, flussi di coscienza, digressioni.

Ma sono i sassi dei fatti che ti sei lasciato dietro a farti ritrovare la strada.

Sono loro a impedire al racconto di un’azienda di ridursi a quella concatenazione casuale di spiegazioni che pretende di costituire il senso del fare impresa.

A fare impresa invece – oltre a fare una storia – è quello che in azienda accade, bello o brutto che sia.

Sono i fatti accaduti la condizione irrinunciabile perché il lettore creda a quello che legge.

E per lèggere, quando parliamo di narrazione, intendiamo vedere immagini nella composizione di una frase e ascoltare una voce dentro le parole scritte.

Del resto, vivere con il senso di quello che è accaduto è il costume di scena dei personaggi di una storia.

Da quel guardaroba escono i romanzi per i libri, i film per il cinema, i drammi per il teatro. Purtroppo, non lo storytelling per le aziende.

Una comunicazione fatta di marche innocenti, senza macchie, ma con tante lodi non ha mai fatto storia.

Ma soprattutto non ha mai fatto di nessuna marca la protagonista della propria storia.